IRAQ – Seleucia


  • Progetto: Ricerche a Seleucia al Tigri
  • Sito: Seleucia al Tigri
  • Direttori scientifici: Giorgio Gullini, Antonio Invernizzi
  • Direttori di scavo: Germana Graziosi, Antonio Invernizzi, Maria Maddalena Negro Ponzi, Elisabetta Valtz

Il sito di Seleucia al Tigri, con il quale nel 1964 il Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino inaugurò la sua attività sul campo, ha rappresentato per anni il cuore delle ricerche del Centro. Fra il 1927 e il 1937, il sito era già stato oggetto di indagine da parte degli archeologi americani dell'Università del Michigan e dei Musei di Toledo e Cleveland, che dopo ad aver aperto alcuni saggi in varie parti della città avevano indagato estensivamente uno degli isolati d’abitazione. Le missioni condotte fra il 1964 e il 1976 dal Centro Scavi di Torino permisero, grazie a una prospezione geomagnetica e topografica, di indagare il tessuto urbano della città e, grazie agli scavi in estensione aperti in differenti zone della città, di acquisire dati fondamentali su architettura, artigianato e arte. Dopo un periodo di sospensione i lavori sul terreno a Seleucia ripresero nel 1985 per concludersi nel 1989. I materiali archeologici recuperati contribuirono in maniera decisiva, e ancora contribuiscono, al recupero di oltre cinque secoli di storia del Vicino Oriente. Essi sono tutt’ora oggetto di numerosi progetti di ricerca da parte degli archeologi del Centro. Le aree sottoposte a indagine furono quattro. Dal 1964 al 1968, una vasta trincea venne aperta su Tell ‘Umar sotto la direzione di A. Invernizzi, permettendo di identificare le fasi sasanidi della struttura, a quel tempo una grande torre, della quale restavano le poderose sostruzioni. Durante lo stesso periodo, sotto la direzione di G. Graziosi prima e di M. M. Negro Ponzi poi, al limite meridionale della città, nella zona della cd. Piazza Sud, venne aperto un grande cantiere che permise di identificare strutture artigianali e abitative soprattutto di età partica. Nel 1967, ancora sotto la direzione di A. Invernizzi, venne aperta una trincea per indagare il lato occidentale della vasta area aperta che si estende a sud di Tell ‘Omar. L’iniziale trincea venne progressivamente allargata sino a raggiungere un’estensione di 145x20 m e rivelò, oltre a strutture di età partica, il più grande edificio archivistico di periodo ellenistico ad oggi conosciuto, all’interno del quale vennero rinvenute oltre 25.000 sigillature in argilla. Si trattava di un’istituzione pubblica per la conservazione di documenti distrutta da un vasto incendio nell’ultimo quarto del II sec. a.C. Dal 1985 al 1989, uno scavo diretto da E. Valtz venne aperto sul lato orientale dell’area ai piedi di Tell ‘Umar, ormai definitivamente identificata come una delle principali agorai cittadine; questo permise di scoprire un portico, ovvero una stoa, che nel periodo ellenistico doppiava l’edificio degli archivi sull’altro lato della piazza.


STORIA


Il sito di Seleucia al Tigri si estende per 550 ettari circa sulla sponda destra dell’attuale corso del fiume Tigri, una trentina di km a sud di Baghdad. La città sorse durante gli ultimissimi anni del IV secolo a.C. nel cuore della Babilonia, per volere di Seleuco I Nikator, successore di Alessandro e fondatore di una dinastia che regnò sui vasti territori d’Asia per oltre un secolo. La città divenne capitale del nuovo impero e uno dei centri principali dell’Oriente ellenistico, luogo di incontro privilegiato e confronto tra la cultura greca dei Seleucidi e le tradizioni antico-orientali. Grazie alla sua posizione di crocevia tra Occidente e Oriente, Seleucia conobbe un notevole sviluppo commerciale, divenendo una metropoli immensa per l’epoca, mentre l’arte fu profondamente influenzata dall’incontro tra culture, elaborando in modo del tutto originale concetti propri all’arte greca, a quella mesopotamica e a quella iranica e creando forme d’espressione del tutto peculiari e innovative. Tra il III e il II secolo a.C., una nuova popolazione originaria dell’Asia centrale, quella dei Parti, cominciò a contendere ai Seleucidi il controllo di vaste zone dell’impero, sino a quando nel 141 a.C. il loro re Mitridate I, primo grande sovrano della dinastia arsacide, conquistò la Mesopotamia e anche la città di Seleucia. Con l’avvento degli Arsacidi, Seleucia mantenne un rapporto costante con il bacino del Mediterraneo attraverso il commercio e rimase uno degli empori più fiorenti dell'impero, continuando a beneficiare di una propria autonomia, che contemplava tra l'altro il diritto di battere moneta propria in una zecca municipale. In questo periodo, fu una delle più grandi città dell’Oriente partico, con una popolazione di oltre 600.000 abitanti che le permetteva di eguagliare per importanza Roma e Alessandria (Plin., Nat. Hist. 6,122; Strab., XVI,2:5; Tac., Ann., VI,42). Con lo sviluppo nel I sec. a.C. della nuova residenza reale a Ctesifonte (a ca. 3 miglia romane da Seleucia), la cui esatta localizzazione è tuttora ignota, il baricentro politico e commerciale non si spostò e le due città, così vicine da poter essere considerate come un’unica metropoli, rimasero costante riferimento per il commercio che andava sviluppandosi lungo quella che sarebbe poi diventata la Via della Seta. Solo alla metà del I sec. d.C. Ctesifonte venne potenziata dalla dinastia regnante, ma le sorti della città declinarono definitivamente solo quando Ardashir I, il primo grande sovrano dei Sasanidi, tolto il potere agli Arsacidi, decise di fondare sulla riva opposta del Tigri una nuova capitale, la città di Veh Ardashir (Coche).


GLI SCAVI ITALIANI


L’area degli Archivi

Lo scavo degli Archivi (1967-1972) ha esposto un’area di oltre m2 2600. Furono riportate alla luce strutture abitative di epoca partica e l’unico grande edificio di periodo ellenistico estensivamente documentato a Seleucia: gli archivi affacciati sull’agora cittadina. Di particolare rilievo è stato il recupero delle migliaia di sigillature in argilla dei documenti conservati in giacitura originaria (oltre 25000). Lo scavo ha permesso di identificare cinque principali livelli di occupazione, distribuiti su un arco cronologico di circa cinque secoli.

Livello V

Il livello più antico, quello degli archivi, fu raggiunto parzialmente poiché le fondazioni delle strutture posteriori, che non hanno potuto essere rimosse durante i lavori di scavo, ne inglobavano i resti architettonici. L’edificio degli archivi si componeva di due serie di 7 ambienti, per una lunghezza di ca. 140 m. Questi ambienti, spazi rettangolari con nicchie e pilastri ripetuti serialmente, erano allineati per il lato breve e comunicavano secondo un percorso assiale. Il ritrovamento delle sigillature frammiste a carbone e chiodi in corrispondenza delle nicchie lascia supporre che all’interno di ciascuna nicchia fossero sistemati degli scaffali lignei sui quali erano depositati documenti in materiale deperibile, bruciati durante l’incendio che distrusse l’edificio. Grazie alle impronte di timbri datati presenti su oltre la metà delle sigillature superstiti, fu possibile datare ad età seleucide la struttura in cui erano custodite, mentre altre impronte figurate di sigillo, in particolare quelle con il ritratto di Demetrio II (secondo regno), dimostrano che l’incendio deve essere divampato dopo il 129 a.C. La natura delle sigillature, le quali recano impronte di timbri, di sigilli ufficiali e di sigilli privati, lascia intendere che questa enorme struttura doveva essere gestita da un’autorità pubblica e che al suo interno i cittadini di Seleucia potevano lasciare in custodia copie dei loro documenti (per la maggior parte contratti commerciali o ricevute fiscali). Si tratta del più grande edificio archivistico del mondo ellenistico ad oggi conosciuto.

Livello IV

Dopo l’incendio, questo lato dell’agora mutò destinazione, poiché se gli archivi erano al servizio pubblico, il nuovo complesso edilizio appare qualificato dai materiali rinvenuti – soprattutto ceramica d’uso comune, monete e figurine in terracotta – come un insieme di abitazioni. La natura originaria della grande piazza antistante Tell ‘Omar venne quindi almeno parzialmente riconsiderata Le strutture che si sovrapposero agli archivi si conservavano per pochi filari e in alcuni punti lo scavo quasi non ne rivelò traccia per la contestuale presenza di rifoderature successive. Tuttavia, grazie ai dati acquisiti, fu possibile identificare alcuni spazi scoperti facenti parte di questo nuovo complesso, la cui alternanza con ambienti coperti sembra scandita intenzionalmente, essendo plausibilmente riconducibile alla suddivisione dell’area in cellule abitative. Sulla scorta di queste osservazioni e della cronologia dei materiali, che suggeriscono un periodo relativamente breve di occupazione (fine II sec. a.C. – primo quarto I sec. a.C.), sembra di poter affermare che il Liv. IV fu un livello di transizione tra l’iniziale processo di conversione di un luogo che era stato di pubblica fruizione e lo sviluppo edilizio che caratterizzò le fasi successive.

Livello III

Il Liv. III rappresenta la fase di occupazione più lunga del periodo partico ed è certamente quella caratterizzata da un maggiore impegno dal punto di vista architettonico, poiché al suo interno si enucleano chiaramente due grandi fasi edilizie di ricostruzione e una di minore impegno (IIIa, IIIb, IIIc). Rispetto al Liv. IV, si rileva un incremento costruttivo e un più evidente sfruttamento del suolo. Inoltre, sui resti dei vecchi edifici sorsero nuovi fabbricati che, se in linea di principio ne ricalcarono in parte l’impianto, ebbero in molti punti murature più possenti a scapito della superficie calpestabile, per permettere verosimilmente un loro maggiore sviluppo in altezza e recuperare spazio fruibile. La funzione eminentemente abitativa di queste costruzioni è ulteriormente sottolineata dalla maggiore quantità di dati rispetto alla fase precedente, sebbene si tratti di materiali rinvenuti soprattutto negli ambienti della metà settentrionale. Solo una parte del complesso e per un periodo di tempo limitato al Liv. IIIa-b fu destinato ad attività di tipo commerciale, ma venne convertita nell’ultimo periodo di occupazione divenendo anch’essa un’unità abitativa. Il passaggio dal Liv. IIIb al Liv. IIIc sembra rappresentare l’apice dello sviluppo architettonico del periodo partico ed è in questa fase che le sepolture in contesto domestico, prima quasi del tutto assenti, godono un notevole incremento. Le strutture necessarie alle quotidiane esigenze dei residenti vengono aumentate e meglio distribuite – i pozzi ad es. non sono più concentrati in un solo punto come accadeva durante il Liv. IV. Le unità abitative sono di dimensioni lievemente oscillanti, ma in media si attestano su una metratura di poco inferiore a 200 m2. Esse avevano nella presenza di un cortile, luogo delle principali attività domestiche, una caratteristica comune. Nel contesto del Liv. III, i materiali si distribuiscono su un arco cronologico piuttosto ampio, che va dalla seconda metà del I sec. a.C. alla fine del I sec. d.C.

Livelli II-I

Gli ultimi due periodi di occupazione sono indistinguibili nella maggior parte delle aree del cantiere. La chiara sovrapposizione di due fasi architettoniche è stata infatti rilevata con certezza solo in alcune parti del complesso. L’impianto generale dei fabbricati rimane grosso modo invariato, ma rispetto alle fasi precedenti si rileva una certa tendenza a semplificare l’articolazione planimetrica di alcuni ambienti o settori e, soprattutto nella parte meridionale del complesso, a raggruppare alcuni ambienti in grandi aree scoperte rettangolari di svariati metri di lunghezza (in media, ca. 15 m), che sottraggono spazio ai precedenti contesti abitativi coperti. Inoltre, in riferimento alle parti del cantiere dove sono documentati rinvenimenti, si nota che la quantità dei materiali diminuisce progressivamente nel corso del tempo – ovvero in corrispondenza di quote più superficiali – mentre sembra proporzionalmente aumentare il numero delle sepolture. Nonostante siano evidenti degli interventi di ricostruzione, la frequentazione sembra concentrarsi solo in alcuni punti del complesso e i fabbricati sembrano soggetti a un lento ma progressivo processo di destrutturazione. Non è possibile articolare in dettaglio la cronologia dei materiali pertinenti ai Liv. II-I, ma forme ceramiche genericamente ascrivibili al I-II sec. d.C. sono presenti a quote relativamente compatibili con la fase architettonica più antica (Liv. II), mentre quelle presenti a quote più superificiali, piuttosto in relazione con l’ultima fase di ricostruzione (Liv. I), sono di pieno II sec. d.C. o di II-III sec. d.C. Nel loro insieme queste fasi possono dunque essere ascritte a un ampio arco cronologico che abbraccia senza alcun dubbio tutto il II sec. d.C. e che vede una frequentazione del complesso ancora almeno durante i primi tempi del III sec. d.C. Una possibile separazione tra i due livelli sembra collocabile, almeno per il contesto di alcuni ambienti, nell’ultimo quarto del II sec. d.C., poiché a quote intermedie tra le due fasi architettoniche vennero rinvenuti due tesoretti di monete che, considerata la presenza di emissioni di Faustina minore, non possono essere stati deposti prima del 176 d.C.

Tell 'Umar

Tell ‘Umar, con i suoi 13 m di altezza e 94x79 m di base, è il rilievo più imponente di Seleucia. Esso si trova al limite settentrionale del sito, a N di una vasta agora di forma rettangolare sulla quale si affacciano gli archivi e la stoa. Si tratta di un monumento di non facile interpretazione, caratterizzato da un complesso accumulo stratigrafico. Gli scavi, iniziati nel 1964 e interrotti nel 1970, interessarono la porzione NW del tell ed evidenziarono tre principali fasi architettoniche. Le indagini vennero estese anche all’area immediatamente ai piedi del tell, dove furono individuate delle strutture di età partica e seleucide.

Fase seleucide

I livelli basali ai piedi del tell, raggiunti solo molto parzialmente a causa delle sovrapposizioni posteriori, mostravano un grande cortile e parti di alcuni ambienti di forma rettangolare. Questi resti, i più antichi raggiunti, sono probabilmente riferibili ad età seleucide. A questo periodo è verosimilmente da attribuire anche la costruzione originaria delle massicce strutture in crudo che compongono il lato nord del tell. La caratteristica morfologia del tell, che ha una forma circolaroide, ha permesso di interpretare la fabbrica seleucide come teatro: le massicce murature piene costituiscono dunque la poderosa sostruzione della cavea. Si accorda con questa interpretazione anche la particolare posizione del tell, che si affaccia sulla principale agora cittadina come spesso accade per i teatri dei centri ellenistici.

Fasi partiche

Il teatro dovette permanere in uso sino ad età partica matura, sottoposto a diverse operazioni edilizie. Soprattutto a questo periodo sembrano infatti riferibili i resti più superficiali delle grandi opere di sostruzione della cavea, dotate in maniera originale anche di ambienti praticabili. Lo stato di conservazione delle murature verso il centro del tell lascia immaginare la pendenza delle gradinate scomparse della cavea, che potevano essere raggiunte da rampe di scale laterali come quelle di cui si sono conservate tracce nella parte SO della costruzione. Alcuni degli ambienti in cui si articolano le sostruzioni erano contraddistinti da un particolare trattamento formale, poiché le loro pareti erano state intonacate d’azzurro o di rosa, come attestavano le ormai esigue tracce di colore rinvenute durante lo scavo. Inoltre, al loro interno erano sistemati bassi podi o basamenti che sembrano suggerire un utilizzo cerimoniale dei vani, probabilmente a carattere religioso poiché venne rinvenuta una statuetta in terracotta di grandi dimensioni raffigurante un fanciullo seduto. Gran parte di questo edificio venne inglobato nelle sostruzioni della successiva fase sasanide.

Fase sasanide

La possente costruzione del teatro dovette cadere in rovina alla fine dell’età partica, ma non venne demolita; i suoi resti furono oggetto di un recupero alla fine dell’età sasanide, che mutò radicalmente la sua funzione e il suo impianto architettonico. Al centro del tell, in corrispondenza dell’orchestra del teatro, venne infatti fondata una massiccia torre in crudo per la quale vennero impiegati mattoni di dimensioni maggiori rispetto ai mattoni delle età precedenti. La torre era attraversata da canalini, che avevano verosimilmente la funzione di facilitare l’essiccamento della malta del nucleo interno, ed era circondata da uno spessissimo muraglione ellittico in crudo che andò parzialmente a incidere i resti delle strutture precedenti. Lo spazio tra la torre interna e questo muro di contenimento venne riempito con detriti e, nella parte superiore, con strati di sabbia alternati a strati di canne. Un tesoretto di 190 monete d’argento di Cosroe II (590-627 d.C.), deposte all’interno di una giaretta in una fossa davanti al muro di contenimento ellittico, offre un punto di riferimento cronologico per la fine dell’imponente costruzione.

L'area della Stoa

Nel 1985 furono riprese le indagini a Seleucia, sul lato est della piazza degli Archivi, con un sondaggio alla estremità nord, che sarebbe diventato il cantiere di scavo principale per le successive campagne, condotte nel 1987 e nel 1989. Esso ha rivelato un impianto architettonico di grande interesse risalente in origine all’età seleucide e una sequenza stratigrafica continua (livelli I–V dalla superficie), con abbondanza di ritrovamenti tipologicamente inediti.

Livello V

Il V livello, scavato sino alla massima profondità consentita dalla presenza della falda acquifera, ha rivelato un fronte monumentale che si estendeva per almeno 40 metri in direzione NS, affacciantesi sulla piazza con una stoa di cui sono stati messi in luce otto ambienti separati da nove muri ad intervalli regolari. Sulla piazza, la stoa era bordata da un marciapiede mattonato, affiancato per tutta la sua lunghezza da un canale di drenaggio di ottima fattura. Alle spalle della stoa sorgevano due blocchi di edifici paralleli, composti da stanze e cortili, che si è tentati di interpretare quali residenze dei funzionari degli Archivi seleucidi. Qui sono venuti alla luce servizi da tavola in ceramica di tipo ellenistico di ottima qualità, (fish plates, anfore da tavola, lagynoi invetriati e amphoriskoi con rouletting) in mezzo a resti di travi bruciate, un’antefissa a palmetta e frammenti di syma. Una matrice di medaglione con scena di tiaso marino con Nereide e tritone conferma un orizzonte fortemente ellenizzato databile alla fine III - inizio II secolo a.C., in accordo anche con i dati architettonici e numismatici. Questo consente di integrare la documentazione proveniente dal complesso degli Archivi per l’interpretazione della Piazza con le sue strutture amministrative e gli spazi pubblici come un unitario progetto urbanistico di Agorà, forse risalente al regno di Antioco III.

Livello IV

Il IV livello rappresenta un’occupazione intermedia caratterizzata dall’assenza di fasi costruttive autonome e dalla presenza di sepolture, aree aperte con piani di calpestio irregolari e bruciati, fornetti e fosse di scarico di rifiuti. Le sepolture (a fossa, in giara, a cappuccina, a volta) hanno danneggiato in parte le strutture della stoa, e allo stesso tempo sono state molto danneggiate sia dalle fondazioni dei muri di III sia dalla falda acquifera particolarmente alta. Il ritrovamento più significativo è un tesoretto di 51 monete di bronzo della zecca cittadina, databile alla fine del II a.C.

Livello III

Con il III livello, di lunga durata, assistiamo ad una complessa trasformazione edilizia (sottofasi IIIa-IIIb) che su di un riempimento di silt edifica nuovi muri, utilizzando quelli della stoa come fondazioni. Le nuove costruzioni affacciantisi sulla Piazza comprendono una sequenza di piccoli ambienti che saranno utilizzati come botteghe, probabilmente di fornai. Nuovi drenaggi, canaline, pozzetti e scarichi attrezzano le aree aperte dove focolari, forni per il pane, depositi di rifiuti e un forno da ceramica testimoniano attività domestiche ed artigianali. A est di questa zona, un blocco abitativo, separato in due da uno stretto vicolo, è composto da un agglomerato di stanze e cortili. Oltre a numerosi ritrovamenti di ceramica e figurine di terracotta, sono venuti alla luce oggetti di pregio, quali una statuetta di recumbente in alabastro, frammenti di stoviglie in vetro e tegole in terracotta invetriata. I ritrovamenti, le sepolture e le monete, appartenenti alla zecca civica di Seleucia e databili al I secolo a.C. - prima metà del I d.C., confermano un orizzonte di piena età partica.

Livelli II-I

Nei livelli II-I (partico e tardopartico) le strutture murarie utilizzano come fondazioni i muri in crudo sottostanti, rinforzati e adattati con giunti in strati di stuoia, mentre l’alzato è in pisé con facciavista in mattoni cotti. Gli ambienti portati alla luce sono cortili attrezzati con drenaggi di anfore a siluro, vicoletti con canaline di scolo, ed un magazzino, trovato pieno di giare da derrate e ciotole forse usate per prelevare le granaglie. Bitume anziché malta e uso di frammenti di mattone cotto come pavimentazione caratterizzano le strutture di livello I.

La Piazza Sud

Le fotografie aeree avevano messo in evidenza fino dagli anni ’30 un lungo tracciato rettilineo che poteva corrispondere ad una grande strada di scorrimento affiancata da aree aperte lungo il supposto margine sud della città. Alla fine degli anni ’60 fu eseguita dalla Missione Italiana un’estesa analisi geofisica, che dimostrò che l’area della città, cinta e percorsa da canali successivamente interrati, era più ampia; furono eseguiti diversi sondaggi diagnostici, il principale dei quali localizzato nella grande area aperta sul lato nord del percorso. Lo scavo accertò che la sistemazione ad area aperta datava solo al periodo partico più recente (I-II sec. d.C.), mentre nel periodo più antico (livello IV) l’area era interamente occupata da edifici allineati, con una soluzione urbanistica originale, su uno zoccolo terrazzato con la fronte in cotto collegato con scale ad una strada infossata, realizzata su un precedente corso d’acqua o canale insabbiato. Gli edifici, separati da strade minori parallele, avevano fronti in cotto scandite da lesene, che continuavano usi mesopotamici millenari, ma le tipologie di abitazione includevano anche modelli di schietta ascendenza ellenica, come una grande casa con cortile e portico interno a colonne tra semipilastri e decorazioni - cornici lisce o decorate, rivestimenti a placche ricurve per le colonne e doccioni decorati con teste di leone - realizzate in terracotta. In età partica (III-II livello), la struttura dell’isolato viene trasformata: la strada è rialzata a livello del pavimento degli edifici e scompare la fronte Sud in cotto, mentre compaiono vani più piccoli, di carattere commerciale, negozi o botteghe artigiane alternati alle abitazioni. La piazza viene realizzata solo nel I sec. d.C. abbattendo gli edifici della parte centrale e, nello stesso tempo, compaiono all’interno delle case numerose tombe dei tipi comuni in età partica, confermando un sensibile mutamento di destinazione dell’area. Nell’ultima fase (livello I), corrispondente al periodo partico finale, gli edifici sono nuovamente rinnovati: le decorazioni sono ora in stucco, dipinto con colori vivaci e tecniche e motivi derivati dalla iconografia orientale più antica, che attestano una profonda penetrazione della cultura partica nella città.


I MATERIALI


Le sigillature in argilla

L’ingente numero di sigillature (oltre 25000) rinvenute dalla Missione Archeologica Italiana nell’Edificio degli Archivi di Seleucia è stato oggetto nel corso degli anni ’90 dell’attento studio di un team di ricercatori dell’Università degli Studi di Torino; il risultato finale, che ne è derivato, è la classificazione globale di tutte le impronte conservate sulle sigillature, oggi disponibile all’interno dei tre volumi che raccolgono tutto il materiale suddividendolo per grandi categorie iconografiche (I: Sigilli ufficiali, ritratti; II: Divinità; III: Figure umane, animali, oggetti e piante). Sebbene restino da approfondire molti aspetti storico-artistici e le problematiche legate alla analisi del funzionamento dell’archivio, la pubblicazione completa del catalogo delle impronte figurate ha aperto a tutti gli studiosi l’accesso ad uno dei corpus di documenti più grande ed importante per la conoscenza della storia e della cultura della Mesopotamia seleucide e dell’intero mondo ellenistico-romano. Le impronte figurate offrono infatti un repertorio molto ricco di tipi che rientrano nella stragrande maggioranza dei casi nel repertorio ellenistico (si noti in particolare la presenza delle maggiori divinità del Pantheon greco: Apollo, Atena, Eros, Tyche, Artemide, Afrodite, Eracle, Dioniso). Sebbene l’ambito di riferimento sia quasi sempre quello greco, si deve rilevare la presenza di motivi di tradizione babilonese (sacerdoti e animali fantastici) ed iranica (per esempio le figurine pigteiled o le scene di caccia); tra questi ultimi spiccano alcune immagini sincretistiche (Artemide-Atena-Nanaia e Apollo-Nabu) che, pur concepite secondo un linguaggio formale puramente greco, testimoniano la forte persistenza della cultura mesopotamica in età seleucide.

Le terrecotte figurate

Le 14 campagne di scavo condotte fra gli anni ’60 e gli anni ’80 dal Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino hanno portato alla luce oltre 9000 frammenti di statuette in terracotta, provenienti da tutte le aree sottoposte a indagine ma distribuite in misura ineguale fra i vari settori. La più alta percentuale di fittili proviene dall’area della grande agora nord: in particolare, in un piccolo saggio aperto lungo il versante meridionale della piazza furono rinvenuti oltre 3000 esemplari frammentari, accumulati in una serie di depositi legati all’attività di una bottega artigiana di grandi dimensioni. Nel loro insieme, le terrecotte da Seleucia costituiscono un corpus eccezionale per ampiezza ed interesse storico, dotato di uno straordinario potenziale informativo: esse rappresentano infatti il riflesso materiale della complessa realtà culturale e artistica della città, nata dall’incontro e dal dialogo fra le componenti greca, mesopotamica e iranica. L’influenza greca è decisamente marcata e si manifesta con particolare evidenza nell’introduzione di soggetti estranei al repertorio mesopotamico tradizionale (divinità del pantheon greco, figure recumbenti, atleti, fanciulli, maschere teatrali…) e nella diffusione della tecnica di produzione a matrice doppia. La ricezione di queste novità da parte degli artigiani locali porta al rinnovamento iconografico, tecnologico e formale di una produzione che rimane comunque in gran parte legata al gusto e alle esigenze della popolazione locale: soggetti di antica tradizione vicino-orientale vengono dunque realizzati a matrice doppia (è il caso delle figure femminili nude con le braccia lungo i fianchi e dei musici) o indossano abiti e accessori greci (è il caso, ad esempio, delle nutrici e di molti cavalieri). Lo studio di questo straordinario repertorio ha portato alla recente pubblicazione del catalogo delle terrecotte figurate da Seleucia, che raccoglie in tre volumi sia i materiali dagli scavi italiani sia quelli rinvenuti negli anni 20’-30’ del secolo scorso dalla Missione americana e conservati presso il Kelsey Museum di Ann Arbor, per un totale di circa 11.000 figurine.

La ceramica

La ceramica proveniente da Seleucia è significativa non solo per la straordinaria ampiezza dei ritrovamenti che, provenienti da isolati di abitazione, tombe, edifici pubblici e aree aperte, coprono l’intero arco di vita della città dall’età seleucide a quella tardo-partica, ma anche per la eccezionale ricchezza del quadro di riferimento cronologico e storico-artistico, delineatosi nel corso di 26 campagne di scavo italiane ed americane. L’aspetto più interessante di questa produzione è l’originalità con la quale le innovazioni portate dai coloni macedoni si innestano sulla millenaria tradizione locale, modificando per sempre il consolidato repertorio mesopotamico, in tutte le classi di produzione, dalla ceramica invetriata e fine a quella comune e da cucina. Accanto a coppe, piccoli vasi e olle senza anse, lucerne e fiaschette da pellegrino, che continuano ad essere prodotti, in linea con la tradizione dell’invetriatura mesopotamica, numerosi tipi della ceramica ellenistica tipica di IV – III sec. a.C. (vernice nera, West Slope Ware, Megarian) sono riconoscibili al di sotto della superficie vetrosa di colore verde, bianco, azzurro. A fronte delle scarsissime importazioni di ceramica dalla madrepatria, le botteghe della città in età seleucide rispondono alla domanda dei coloni utilizzando una tecnica tradizionale per creare adattamenti originali di tipi occidentali, quali l’anfora da tavola a due anse, la coppa kantharoide, il fish plate, il lagynos. Nel successivo periodo partico, grazie all’intensificarsi dei commerci sulle lunghe distanze, la diffusione della Eastern Sigillata A e del vetro soffiato contribuiscono a creare una produzione molto variata di ceramica invetriata, che si diffonderà in tutti i principali siti partici, dal Nord Mesopotamia al Golfo all’altopiano Iranico tra il I sec. a.C. e la fine del I sec. d.C. La particolare ricchezza del repertorio della Seleucia partica, con la famiglia di brocchette piriformi ad un’ansa, le grandi coppe e i piatti turchesi, le anfore decorate ad incisioni, le eleganti ciotole dall’invetriatura bianca, le brocche a campana, riflette la situazione economica di floridezza di cui la città godeva grazie al suo stato di emporio commerciale e di centro economico primario nell’economia di scambio del mondo antico. Anche la produzione di ceramica comune, di norma più legata alla tradizione locale, viene toccata dalle novità che arrivano con i coloni. Il fenomeno è riscontrabile in altre località della Mesopotamia ellenizzata, ma peculiare di Seleucia è la straordinaria fortuna e diffusione delle brocchette e bottiglie monoansate in numerosissime varianti, sempre caratterizzate da qualità piuttosto alta di manifattura e da una stretta aderenza a prototipi occidentali, mentre il repertorio di coppe, ciotole, vaschette, terrine, bacili per l’uso corrente continua le forme della tradizione mesopotamica. Un particolarissimo tipo di ceramica fine, con le pareti sottili come un guscio d’uovo e risalente alla tradizione palatina neoassira ed achemenide, persiste durante tutta la vita della città, ma anch’essa non è immune da influenze della ceramica occidentale, come testimoniano forme quali l’anforetta a due anse ricurve, la brocchetta monoansata e la coppetta kantharoide. Le lucerne a lungo becco e a piattino, di tradizione mesopotamica, sono affiancate da lucerne a stampo di tipo ellenistico, talvolta plurilicni, decorate da figure a rilievo che ne fanno dei piccoli capolavori di coroplastica. Soltanto nelle ultime fasi di vita della città la produzione accusa un calo nella qualità, con semplificazione dei tipi e minore cura nell’invetriatura e nella tornitura, ma l’eredità di gran parte del repertorio verrà raccolta dalla sasanide Veh Ardashir/Choche, che la elaborerà in una nuova sintesi al confine fra il tardo antico e il medioevo islamico.



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